Una delle richieste che solitamente mi mette più in difficoltà è: “Voglio un programma non turistico!”. A quel punto mi metto a pensare, pensare e pensare. Ma perché andare in posti non turistici? Sarebbe come visitare Rozzano a Milano o Tor Bella Monaca a Roma, con tutto il rispetto: per chi li vive non sono nemmeno posti da disprezzare. Tuttavia, non sono luoghi che consiglierei per un primo viaggio a Milano o Roma. Se poi mi si chiede “non voglio posti turistici”, allora vado nel panico più completo: Milano senza Duomo e Roma senza Colosseo?

Queste sono esagerazioni, ma nemmeno troppo. Tuttavia, offrono uno spunto interessante. La grande opposizione al turistico è l’autentico, e anche qui viene da chiedersi: al giorno d’oggi, quando tutti guardano gli stessi video su YouTube, che cosa è davvero autentico?

A volte allora mi si accende una lampadina: il problema non è nella meta in sé, ma nella mente di chi viaggia. Evito di dire “turista” per non essere lapidato. Forse l’ansia di essere diversi, migliori, porta a cercare posti che nessuno conosce. Posti che, quando finalmente li raggiungi, sono pieni di persone alla ricerca di posti che nessuno conosce…

Che cosa intendiamo quando diciamo turistico?

Le parole hanno un peso, quindi, per evitare le cruenti guerre che si scatenano nei gruppi social, è bene imparare a chiamare le cose con il loro nome. Cosa vuol dire quindi “turistico”? Vuol dire tante cose diverse.

Innanzitutto parliamo di luoghi molto visitati, con tanti turisti — e qui alcuni immagineranno orde di barbari all’assalto del Campidoglio — quindi, in sostanza, molto affollati in ragione di un’attrazione.

Una seconda accezione di “turistico” è quella di luogo costruito appositamente per essere visitato, un modello non estraneo a chi conosce un po’ il mondo cinese. In questo caso l’attrazione viene studiata a tavolino affinché attiri visitatori, spesso clienti.

C’è poi un terzo modo di intendere il turistico, focalizzato sull’esperienza. In questo caso il turista diventa parte di una catena di montaggio dove tutto è standardizzato: stessi alberghi, stessi ristoranti e persino stesso ordine delle visite.

Queste sono anche esigenze organizzative, è vero, soprattutto nei viaggi di gruppo, ma sono allo stesso tempo esperienze uniche per chi del gruppo fa parte. Insomma, diciamo che turismo e standardizzazione vanno un po’ a braccetto.

Il punto è che queste tre accezioni del termine “turistico” non necessariamente coincidono.

Un luogo famoso non è necessariamente meno autentico

Riprendendo gli esempi precedenti, il Duomo di Milano e il Colosseo a Roma sono molto visitati, ma non per questo sono meno autentici.

L’Asia è piena di luoghi affollati, nel caso della Grande Muraglia molto affollati. Basti pensare ai templi di Angkor a Siem Reap, in Cambogia, uno dei luoghi più belli del mondo, oppure a Luang Prabang in Laos o a Samarcanda in Uzbekistan.

Fare un primo viaggio e non inserire queste mete perché troppo turistiche ha poco senso. Si dovrebbe viaggiare in questi Paesi anche solo per vedere queste bellezze.

In più, evitare un luogo famoso solo perché molto visitato e quindi turistico è un comportamento superficiale: non da viaggiatore che sfugge ai turisti, ma piuttosto da snob che si perde luoghi meravigliosi.

Anche il non turistico può diventare una costruzione

La ricerca del non turistico a tutti i costi può portare a situazioni paradossali.

Ci sono occidentali che, dopo poche ore a contatto con la popolazione locale, si sentono come se avessero scoperto una tribù sconosciuta del Rio delle Amazzoni. Ci sono poi ricerche infinite di villaggi sconosciuti dove andare a disturbare la quiete quotidiana — vedi sopra.

E soprattutto c’è un grande rischio.

Un pericolo che corre chi viaggia è quello di trasformare l’esperienza in un prodotto. Una stortura che spesso si nasconde nel conteggio dei Paesi visitati, come se il viaggio servisse a conquistare un territorio mettendo una bandierina immaginaria.

Si possono aver visto tutti i Paesi del mondo e non conoscerne nessuno.

È questo che rischia di distruggere il senso stesso del viaggio, trasformando l’esperienza in un prodotto. Si finisce così per diventare alfieri del turistico proprio mentre si cerca di fuggirlo.

Un viaggio dovrebbe essere costruito prima nella mente, attraverso l’immaginazione. Si dovrebbe andare alla scoperta di luoghi che ci sono già diventati in qualche modo familiari grazie alle letture fatte. Viaggiare dovrebbe essere come realizzare un sogno.

Il vero viaggio è quello ambito, atteso, voluto. E può anche deludere.

Conta più il modo di viaggiare

Lo accennavo in precedenza: il problema forse non è nei luoghi, ma nella mente di chi viaggia.

L’esperienza del viaggio cambia molto a seconda di come la si vive. Viaggiare senza fretta — non siamo alle Olimpiadi — e avendo almeno un’idea del contesto storico-culturale in cui ci stiamo muovendo.

Un viaggio dovrebbe trovare un equilibrio tra mete celebri e luoghi meno frequentati. Ed è proprio qui che diventa fondamentale conoscere il territorio.

Nel mio lavoro questo significa partire innanzitutto dalla persona che ho davanti: capire che tipo di viaggio sta cercando, quali ritmi preferisce, che cosa la interessa davvero e quale equilibrio desidera tra luoghi celebri ed esperienze meno frequentate.

Poi entra in gioco il lavoro con guide e operatori locali. Sono loro a conoscere il territorio nella quotidianità e, senza il loro contributo, non potrei fare il lavoro che faccio, nonostante i miei numerosi viaggi in Asia.

Il mio compito è quindi mettere insieme questi due livelli: da una parte i desideri e gli interessi di chi viaggia, dall’altra la conoscenza concreta di chi vive e lavora sul posto. È così che ciò che all’inizio è soltanto un’idea di viaggio può diventare un itinerario reale e coerente.

Turistico e non turistico possono stare nello stesso viaggio

Non è detto che un viaggio debba essere turistico o non turistico. Può contenere entrambe le cose.

Si possono benissimo visitare il Palazzo Reale e il Wat Arun a Bangkok per poi fare un giro nel labirinto che è il mercato di Klong Toei, nella zona del porto della città.

In Malesia si può passare dalla futuristica Kuala Lumpur alle foreste attorno a Kluang, la città dei pipistrelli. Oppure, come ultimo esempio, si può restare ammirati dalle Grotte di Mogao in Cina per poi trovarsi in qualche stazione cinese superaffollata.

Tutto questo per dire che turistico e non turistico coesisteranno sempre. L’importante è creare un programma bilanciato perché, come si dice, la dose fa il veleno.

La domanda giusta non è “è turistico?”

La domanda è piuttosto: il posto che stiamo visitando ha qualcosa da dirci? E, cosa altrettanto importante, il modo in cui il viaggio è organizzato ci aiuterà a capirlo?

Questo è quello che tento di fare con il mio lavoro: non solo aiutare le persone a viaggiare, ma anche far parlare i luoghi, raccontandone le vicende e dando loro voce.

Alla faccia di tutte le diatribe virtuali tra turisti e viaggiatori.